lunedì 14 novembre 2016

Figli e F1


Sul podio del Gran Premio del Brasile 2016, ai lati del vincitore Hamilton, ci sono 2 figli d'arte. Ovvero i loro 2 padri gareggiavano in Formula 1, con fortune diverse, probabilmente inferiori. Nello sport in generale conta anche il DNA, ma meno nei motori evidentemente. Nico Rosberg, giunto 2° e con 12 punti di vantaggio sul secondo in classifica nel Mondiale Piloti è figlio di Keke, campione del mondo nel 1982 con 5 GP vinti; il 3° nella classifica piloti è Max Verstappen, suo papà Keke tra gli anni Novanta e i primi del XX secolo fece come migliori risultati 2 terzi posti (con la scuderia Benetton nel 1994 nella stagione di esordio).

A incidere sui portentosi risultati di questi predestinati "figli di" conta sicuramente la precoce e strutturata educazione alla guida, data dalla forte passione di un genitore, tuttavia non si può non interrogarsi sulle logiche manageriali di chi elegge a professionista del settore qualcuno a cui sono stati anche infusi meriti più alti grazie alla parentela motoristica. C'è questo sospetto: su 22 piloti iscritti al Mondiale, oltre ai 2 soggetti di cui sopra, anche Carlos Sainz Jr. "vanta" una paternità illustre, ma nei rally dove nel 1990 e nel 1992 ha vinto il World Rally Champion.

3 piloti figli d'arte pongono automaticamente una serie di domande sulle modalità di selezione dei concorrenti al massimo titolo dell'automobilismo. E sul nepotismo della presunta professionalità.


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