mercoledì 21 novembre 2012

Il cappellano di San Vittore


L'organizzazione a cui appartiene chi ha compiuto violenze sessuali plurime (riscontrate in flagranza di reato differita grazie a riprese video) è responsabile moralmente dell'operato di un suo membro poiché non ha vigilato a sufficienza nel prevenire e bloccare questi comportamenti così penalmente rilevanti. E la stessa struttura è colpevole se non espelle questo suo componente: che cosa deve fare un prete per essere sospeso a divinis dalla Chiesa Cattolica?


Violenza sessuale su sei detenuti Arrestato cappellano di San Vittore

Indagato anche per concussione


Il prelato otteneva prestazioni sessuali come compenso per la fornitura di generi di conforto o per interessamento alla loro posizione carceraria. Incastrato da confessione di un giovanissimo extracomunitario e dalle immagini delle telecamere

Milano, 20 novembre 2012 -  E’ stato arrestato per concussione e violenza sessuale ai danni di sei detenuti il cappellano del carcere milanese di San Vittore Don Alberto Barin, 51 anni di Desio. La notizia choc è stata comunicata in una nota dal capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati. Nel pomeriggio di oggi, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare, gli uomini della squadra mobile e della polizia penitenziaria lo hanno arrestato. Il cappellano deve rispondere di violenza sessuale nei confronti di sei detenuti. Inoltre, è indagato per il reato di concussione.


Il cappellano del carcere di San Vittore

«IL VANGELO È IL LIBRO PIÙ LETTO»
Don Alberto Barin vive da 9 anni nella casa circondariale di piazza Filangeri a Milano. Ogni giorno incontra i detenuti, con loro parla e prega. Crede profondamente alla possibilità che nell’uomo il bene prevalga sul male e forse anche per questo riesce a cogliere ogni piccolo segno di speranza che può nascere anche dietro le sbarre.

di Luisa Bove

Con il canto “The kingdom of God” inizia alle 8.30 nella cripta di San Vittore al Corpo la preghiera dei giovani ospitati nella parrocchia. Sono 20 polacchi, 10 russi, 10 tedeschi e 10 serbi del Montenegro. Subito dopo incontreranno don Alberto Barin, il cappellano del carcere milanese di piazza Filangeri. Per tutti i ragazzi che partecipano al meeting di Taizé la mattinata prevede l’incontro con un testimone di “Segni di speranza”. «Per questo», spiega la coordinatrice Anna Boccardi, «abbiamo invitato il cappellano di San Vittore, perché cerca di portare in carcere la speranza». Poi aggiunge: «Durante la preghiera abbiamo letto: “Nessuno è escluso dal tuo amore e dal tuo perdono, Dio di misericordia” e credo sia naturale pensare che anche all’interno del carcere si debba vivere questa parola».

Don Alberto vive a San Vittore da 9 anni, con lui collabora anche un altro prete e 5 suore. Quando inizia a raccontare gli occhi dei ragazzi sono tutti puntati su di lui e sull’interprete (Gloria), che traduce ogni parola in un inglese chiaro e comprensibile. Il cappellano porta il saluto dei “suoi” amici, i 1400 detenutiche a pochi metri da lì stanno scontando le loro pene. «C’è speranza in un carcere?», si chiede provocatoriamente il cappellano, «c’è fiducia in queste persone inquiete?».

Il suo intervento è lungo e toccante, 
non capita tutti i giorni di sentir parlare della situazione dei reclusi, tanto meno in una città straniera. «La parola “carcere” deriva dal termine ebraico tumulare, seppellire», spiega don Barin, «per la società la prigione è una “discarica” dove si mettono le persone che hanno sbagliato». Poi racconta delle proteste che ci sono state a Milano perché la gente vuole chiudere il carcere che sorge in centro città, «ma il nostro Vescovo ha molto combattuto perché rimanesse aperto».

La prigione è una struttura di male, addirittura pericolosa.Nei giorni scorsi, racconta don Alberto, «Roberto, di 33 anni, si è suicidato a San Vittore, mentre il giorno di Natale quattro donne si sono gravemente ustionate a causa dello scoppio di una bombola a gas e il loro volto è sfigurato». Ogni mattina il cappellano riceve un foglio con l’elenco dei nuovi arrestati, solo ieri per esempio sono entrati polacchi, rumeni, marocchini, jugoslavi, algerini, nigeriani, cileni, egiziani, bosniaci, italiani e cinesi. «San Vittore è come l’Onu», scherza il sacerdote. Ma nell’elenco, dice, «io scriverei un nome in più: Gesù Cristo», perché «nel Vangelo è annoverato tra i peccatori, tra i condannati». 

In una cella di tre metri per quattro vivono 5-6 detenuti: più si riduce lo spazio vitale e più si dilata il tempo, che sembra non passare mai.. Per 22 ore gli ospiti di San Vittore rimangono in cella, «per le altre due possono andare a passeggio». Ma non possono uscire tutti insieme, perché non c’è posto. Attualmente i reclusi sono 1400, ma la struttura dovrebbe tenerne 800 (ora solo 500 perché una sezione è chiusa).
Col trascorrere delle ore, dei giorni e degli anni cresce«l’angoscia, la sofferenza, la disperazione, la solitudine e la tristezza». Ma «è importante riflettere sulle codizioni del carcere perché questo provoca la società e la Chiesa». Quella che vive don Barin è un’esperienza «molto forte», spiega, «perché permette di conoscere l’uomo e me stesso. Il detenuto che prova angoscia e solitudine è specchio per ciascuno di noi». Non solo. «Il carcere ci dovrebbe far pensare che ogni uomo è recuperabile». «Se io entro tutti i giorni a San Vittore è perché credo nell’uomo e nelle sue possibilità», dice il cappellano, «dal mattino alla sera parlo con i detenuti e in ognuno di loro trovo estremi confini di male, ma anche estremi confini di bene. Il bene rimane, anzi, a volte fa riemergere il bene».
Ogni domenica nella casa circondariale di piazza Filangeri si celebra la messa. Sull’altare, che è esattamente al centro della struttura a raggera, viene posta «una «bellissima croce» e ognuno,guardando il crocifisso, «riscopre il bene che ha dentro di sé» e molti detenuti durante la preghiera piangono. Ma la celabrazione eucaristica non è l’unica occasione di incontro con il Signore.  Nella cappella interna per esempio «una volta al mese togliamo tutte le panche, mettiamo i tappeti per terra, i lumini, gli sgabelli e facciamo anche noi la preghiera di Taizé», racconta don Alberto.  

«Molto spesso i detenuti vengono a chiedermi il Vangelo»,
continua il sacerdote, «a San Vittore è il libro più letto, in tutte le lingue, e se lo passano di mano in mano». Anche nella sezione di massima sicurezza, è capiato che un compagno lo passasse a un altro dicendo: «Prendi, a me ha fatto bene, può fare bene anche a te». Ora, dietro le sbarre, esiste anche una “scuola del Vangelo” e «credo che la fame, la sete e il bisogno di Dio siano un grande segno di speranza», dice il cappellano.   

Solo l’amore di Dio e dei fratelli può salvare l’uomo. Come nel caso di quel detenuto che aveva ucciso molte persone, ma non aveva mai confessato nessun reato.
 Poi un giorno, durante il colloquio, la figlia che aveva da poco imparato a parlare gli ha chiesto: «Papà, quando vieni a casa?». Da quel giorno, racconta don Barin, «ha iniziato a fare una revisione profonda della sua vita e ad assumersi le responsabilità».Non è stata la massima sicurezza, la segregazione, la punizione a far crescere quest’uomo, commenta, «ma il suo cuore lo ha aperto la sua bambina». E «questa è l’esperienza che faccio tutti i giorni: solo il bene guarisce dal male. Solo l’amore salva, redime, recupera e dà alla persona la possibilità di un futuro».

Molti ospiti di San Vittore si chiedono: «Che senso ha stare in cella senza fare nulla? Serve a riparare il male che ho commesso? La società non dovrebbe aiutarmi a fare del bene?». 
Ma la giustizia, per don Alberto, è «cieca e sorda» in questo. Èinvece una giustizia che «separa e punisce», che «non difende la dignità dell’uomo»

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