lunedì 28 maggio 2012

Un carneade canadese che si chiama Hesjedal vince il Giro 2012

Ryder Hesjedal ieri ha vinto il Giro d'Italia. Neanche gli addetti ai lavori sapevano chi fosse questo anonimo professionista del Canada. In quasi dieci anni di carriera non aveva mai vinto, non dico una classica o una corsa a tappe, ma neppure un circuito ciclistico di una sagra di paese. L'unica affermazione era stata nella cronosquadre del Tour dell'anno scorso, manifestazione nella quale era giunto al 18° posto della classifica finale. E infatti fino a ieri era 68° nel ranking dell'UCI. Se lo spessore di una manifestazione sportiva si misura anche dalla nobiltà e dal prestigio dei vincitori, il Giro è caduto proprio in basso. Inoltre lo spettacolo offerto dalle tappe è stato molto scarso: neanche il percorso sulla carta grandioso della frazione di sabato scorso, che prevedeva l'arrivo ai 2758 m.s.l.m. del Passo dello Stelvio dopo che la carovana era transitata sul mitico Mortirolo, era riuscito a determinare una coreografia dignitosa; la tappa era stata vinta da un altro sconosciuto (il belga Thomas De Gendt) giunto sul terzo gradino del podio finale migliorando così il suo precedente miglior risultato in un grande giro, che era stata la 62° posizione alla Grand Boucle dell'anno scorso.
Il Giro d'Italia negli ultimi 6 anni ha avuto 6 vincitori differenze. Le cause di questa rotazione sono dovute principalmente alla selezione effettuata dalle procure anti-doping e alle squalifiche relativamente inflitte. Tra gli ultimi vincitori della classifica finale, il solo Denis Men'šov, che ricevette a Roma la maglia rosa nel 2009 da Napolitano, non è sospettato di pratiche farmacologiche illecite, al contrario di Contador, Scarponi, Basso, Di Luca... Un ciclista professionista in un anno percorre, tra gare e allenamenti, almeno 35,000 chilometri e in un tappone di montagna arriva a bruciare più di 8,000 calorie: per raggiungere certi obiettivi forse le sole risorse del corpo umano non sono sufficienti.
La corsa rosa continua ad affascinare sia il pubblico televisivo che quello sulle strade, ma questo patrimonio di affetto si sta lentamente sgretolando ed interessa sempre meno le nuove generazioni.

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