lunedì 17 ottobre 2011

Morte e mito


Se quanto scrive questo oncologo fosse vero, e Steve Jobs avesse deciso di seguire le cure ordinarie nei tempi richiesti dalla medicina tradizionale, il fondatore di Apple sarebbe ancora vivo. Quali motivi avrebbero quindi spinto S.J. a "sottovalutare" la malattia che lo ha portato alla morte? Forse, in coerenza con le proprie convinzioni eclettiche, ha scelto di percorrere una via medica anticonvenzionale perché seguire pedissequamente quanto indicatogli dai medici oncologi poteva danneggiare la sua immagine affermata di imprenditore alternativo. Il "Think different" applicato alla cura della sua malattia, ma che però non si sarebbe rivelata una scelta così felice. Ma questa non sarebbe l'unica possibile chiave di lettura: da attento osservatore delle dinamiche mediatiche che trasformano in icone i personaggi pubblici che muoiono giovani, è possibile che SJ abbia voluto emulare chi nella propria morte più o meno volontaria ha trovato la consacrazione nel mito: come Marilyn Monroe, James Dean o John Belushi... C'è qualcun'altro invece che ritiene che Jobs invece abbia fatto di tutto per curarsi, mettendo addirittura in dubbio il fatto che Amri Ramzi sia laureato: se il profilo Linkedin pubblicato dallo stesso personaggio, l'accusa sembra essere vuota.

«Il tumore di Jobs poteva essere curato»

La denuncia di un oncologo: «Non era di quelli più pericolosi, se avesse seguito le cure giuste sarebbe vivo»

(...) LE CURE ALTERNATIVE - A sostenerlo è l’oncologo di Harvard, Ramzi Amri, secondo cui il co-fondatore di Apple aveva una forma leggera di tumore, che raramente porta alla morte. «Se chirurgicamente rimosso, la prognosi per questo tipo di tumore è incoraggiante», spiega lo studioso in un intervento sul forum interdisciplinare Quora, «date le circostanze sembrerebbe che la sua decisione di ricorrere a cure antitradizionali non abbia fatto altro che condurlo, senza ragione, ad un morte anticipata». Buddista e vegetariano, Jobs all’inizio era scettico sul ricorso alla chirurgia, preferendo alle cure convenzionali i metodi alternativi. E infatti soltanto il 31 luglio del 2004, cioè nove mesi dopo la diagnosi ufficiale, si era sottoposto all’operazione presso lo Stantford University Medical Center di Palo Alto, vicino casa sua. Ma a quel punto era già troppo tardi: il tumore si era ormai diffuso. (corriere)

Nessun commento:

Posta un commento

I commenti NON vengono pubblicati subito.