domenica 22 luglio 2007

Olocausto

Prendendo spunto da una recensione di un libro che ho letto di recente, vorrei aprire un dibattito su uno dei perchè dell'Olocausto: ovvero perchè poco più mezzo secolo fa un popolo (civile) come quello tedesco possa aver perpretato il massacro di circa sei milioni di ebrei. Come è stato possibile che uomini comuni abbiano potuto compiere queste atrocità? La storiografia ufficiale tende ad assolvere i milioni di aguzzini germanici utilizzando le coercizioni di Hitler e del sistema nazista: dice cioè che il massacro è stato possibile solo perchè "ordinato" dall'altro, ed, essendo il cittadino tedesco ligio alle regole, egli ha dovuto farlo (per evitare anche le sanzioni per chi non lo avesse fatto). Io non sono d'accordo, condivido quanto ha scritto Goldhagen nel suo libro "I volenterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’olocausto" (Mondadori, Milano 1997) e di cui riporto alcuni passi tratti da (www.wsws.org/it/2002/apr2002/ital-a01.shtml). Mi sono permesso di sottolineare le frasi significative Data l'argomento della discussione, mi auguro vivamente che gli sbarzottamenti siano del tutto assenti. ----------------------------------------------------- La tesi principale del libro di Goldhagen si può riassumere facilmente. La causa dell’Olocausto si può trovare nella mentalità e nelle convinzioni dei tedeschi. Una vasta collettività nazionale costituita dal popolo tedesco e motivata da un’ideologia antisemita unicamente tedesca, eseguì un atto di carattere fondamentalmente germanico: l’Olocausto. L’uccisione sistematica degli Ebrei divenne un passatempo nazionale a cui parteciparono tutti i Tedeschi che ne avessero avuto la possibilità. I Tedeschi uccisero gli Ebrei perché, giacché tedeschi, erano consumati da un incontrollabile antisemitismo germanico. L’odio degli Ebrei costituisce la base del modo di vedere il mondo, del weltanschauung universalmente accettato dal popolo tedesco. Le caratteristiche politiche del regime furono solo di importanza secondaria. Goldhagen insiste che termini quali “i nazisti” e “gli uomini delle SS” sono “definizioni inappropriate” che non dovrebbero essere usate per riferirsi agli assassini. Per Goldhagen l’unico, fondamentale rapporto di causa che esiste tra il Terzo Reich e lo sterminio degli Ebrei sembra essere il fatto che esso permise finalmente ai Tedeschi di agire, senza vincoli, da tedeschi, e in maniera consistente con le credenze tedesche. Come scrive Goldhagen: “Il termine di riferimento più appropriato, anzi l’unico termine generale appropriato per i Tedeschi che perpetrarono l’Olocausto, è semplicemente quello di ‘tedeschi’. Essi erano tedeschi che agivano nel nome della Germania e del suo leader popolarissimo, Adolf Hitler”. (...) Invece di riflettere sulle implicazioni di queste contraddizioni piuttosto imbarazzanti, passiamo rapidamente alle conclusioni di Goldhagen: “Fu l’antisemitismo a spingere molte migliaia di Tedeschi ‘comuni’ (e ne avrebbe spinti altri milioni, se le condizioni fossero state quelle giuste) a massacrare gli Ebrei. Non furono né le difficoltà economiche, né i mezzi coercitivi a disposizione di uno stato totalitario, né le pressioni psicologiche della società, né le predisposizioni psicologiche, ma furono le idee sugli ebrei diffusissime da decenni in Germania, a causare il fatto che i Tedeschi comuni uccisero senza pietà e sistematicamente migliaia di uomini, donne, e bambini ebrei indifesi”. Impiegando una versione rozza dell’epistemologia Kantiana, Goldhagen afferma ripetutamente che l’antisemitismo era una componente integrale, esistente a priori, dell’apparato cognitivo dei tedeschi: “Il credo antisemita”, egli scrive, “era fondamentalmente incontestato in Germania”.

Donne e sacchetti di cartone

Osservando un buon numero di casi, ho notato una cosa. Le donne si affezionano ai sacchetti di carta, quelli che ti danno quando vai nei negozi di abbigliamento. Non li buttano mai, se li portano in casa e li accumulano preferibilmente dietro i mobili o occupando più mensole dello sgabuzzino. Alla domanda "Che cosa te ne fai di 70 sacchetti?" loro ti rispondono spazientite che un sacchetto semirigido di cartone può sempre servire, a che cosa però non è dato saperlo. Alla saturazione dello spazio occupato, quando la deambulazione per casa è resa difficoltosa da questi sacchetti o quando entrando nel ripostiglio te ne cascano in testa un paio, provi un'ultima trattativa per il loro smaltimento. Ora si possono riutilizzare in maniera utile tipo per i rifiuti organici o per quelli differenziati come plastica o cartone; nel primo caso capisci che romperà quasi subito impuzzando il pavimento, nel secondo che non ci sta dentro niente. Allora li butti nella campana bianca, tanto i rifiuti li butta l'uomo mentre la donna guarda "Un posto al sole". Pensavo fosse solo la mia fidanzata malata per i sacchetti, mi sono confrontato con altri e mi sono sentito di generalizzare, cosa ne pensate? Capita anche alle vostre donne?

domenica 1 luglio 2007

Ristoranti Grecia

Per chi è stato o andrà in Grecia, segnatamente in una delle isole dell’arcipelago delle isole greche, una tappa in uno dei numerosissimi ristoranti è un passaggio plurimo obbligato. Tra la scorsa estate e questa, ho avuto la ventura di visitare in complessivi trenta giorni quattro isole, Mikonos, Naxos, Thira e Milos. In tutte queste isole mi sono imbattuto nei famigerati ristoranti. Per chi non avesse mai provato l’esperienza, il ristorante greco non è il locale tradizionale a cui siamo abituati in Italia. Ha caratteristiche inquietanti e nello stesso tempo affascinanti. Già entrandovi, noterete che nessun cameriere si accorgerà della vostra presenza, sia che il ristorante sia pieno di clienti delle ore di punta, sia che lo stesso risultasse desolatamente vuoto. Questa è la tipologia prevalente di ristorante, nelle zone maggiormente turistiche c’è invece al contrario l’uso del marketing aggressivo in cui i camerieri non occupati nella gestione dei tavoli si collocano ai bordi delle strade tentando di accallappiare i potenziali clienti promettendo improbabili leccornie. Non si può non essere fieri di essere cittadini italiani quando queste faine riconoscono il turista tricolore, forse dalla sua tipica andatura fieramente di noccolante, e iniziano a sedurlo sciorinando un linguaggio italiota ricco di luoghi comuni sul BelPaese (“Italiani greci una fazza una razza” oppure un seducente “Italia belle” fino ad arrivare all’esclamazione “Italiani mafiosi” come se ciò rappresentasse il miglior prodotto dell’Italian Style). Ma il vero ristorante greco è tale se quando ci entri nessuno ti caga. Entri timidamente e ti siedi nel tavolo che ti piace di più, inizi a guardarti intorno, dopo 10 minuti circa magari cerchi di richiamare l’attenzione di quei camerieri che sembrano evitarti come se avessi in faccia della peste bubbonica. Si sa che non ho una bella faccia, ma essendo di Milano penso che pago, spendo e pretendo e sento quindi il bisogno di essere minimamente considerato. Dopo 20 minuti iniziano a portarti la lista, se siete fortunati è anche tradotta in inglese. Simultaneamente viene posizionata la tovaglia di carta sul tavolo (di norma sopra c’è una mappa dell’isola in cui le strade sterrate e superpolverose che tu hai percorso rischiando il soffocamento da sabbia sono disegnate come fossero autostrade a 10 corsie); i bravi camerieri la fissano anche al tavolo con dei fermagli per evitare che essa voli trascinata dal perenne meltemi, il vento inesorabile che soffia sulle isole 26 ore al giorno (le due successive sono quelle che entrano di prepotenza nei sogni del vacanziero facendolo barcollare anche nell’ambiente chiuso della camera da letto). E’ già passata mezz’ora e la fame inizia a montarti addosso, del resto di solito uno va al ristorante anche perché c’ha fame. Intanto, mentre i camerieri fanno delle finte alla Recoba per evitare di incrociare il tuo sguardo, i classici gatti egei si mangiano bei tranquilli un gamberone alla griglia da 60 € al chilo che un altro cliente gli ha passato: questi gatti rifiutano categoricamente carne o altri tipi di pesce, ho visto gente dare loro spiedini di carne o bisteccone al sangue ma questi gattoni, se gliela dai, la annusano e se ne allontanano schifati. I clienti più sensibili si privano del cibo più pregiato che hanno ordinato per darlo ai felini dato che sentono eticamente obbligatorio nutrirli. Probabilmente non hanno retto al loro sguardo, temendo chissà quali ritorsioni dei ristoratori, ma sottrarsi il cibo dalla bocca per darlo ai gatti fa molto turista fiero e beone, così escono dal locale che probabilmente hanno più fame di prima. Il gatto se n’è andato subito dopo senza neanche averli guardarti. Intanto inizi a renderti conto che da alcuni autoparlanti posizionati tatticamente negli angoli dell’ambiente, neanche fosse il concerto di Ligabue a San Siro, irrorano filiniana musica folkloristica tradizionale: avendo visitato numerosi altri ristoranti ti rendi conto che il cantante è forse sempre lo stesso degli altri ristoranti, la stessa ritmica litania, ti viene anche il forte sospetto che sia anche sempre lo stesso cd dove lui sembra lamentarsi con questa chitarrina sullo sfondo e in cui ogni minuto circa dica la parola “Sagapò”. Ancora non ho capito cosa significa questo termine fatto che lo usa sempre, forse è un severo ammonimento. In qualche canzone c’è anche una voce femminile che rumina, pensi allora che sia un rigido copione per temprare il tuo percorso spirituale e lì riuscire ad alimentarti. Questo tipo dev’essere euromiliardario, in un’oretta di lavoro in sala d’incisione ha fatto una compilation che è riuscito vendere al parco completo dei ristoranti delle isole greche. Si dice che una coppia di sposini del Varesotto abbia manifestato insoddisfazione per questa musica di sottofondo, che sia successivamente scomparsa per riapparire commercializzata come Gyros e servita quale pietanza pregiata insieme alla Pitta, ma io non voglio credere a questa antica leggenda cicladica. Sono passati 40 minuti e insieme al cesto del coperto (una pagnotta con le fette pretagliate, una salsina dal colore improbabile il cui ingerimento provoca eruzioni cutanee istantanee non solo sul viso, le posate sempre nel cesto del pane e un tovagliolo di carta a testa per commensale) si presenta l’uomo che ormai tu stimi e ammiri in maniera vicina all’idolatria: sono 40 minuti che sei lì, c’hai una fame della madonna e questo menù composto di nomi assurdi ha stimolato peccaminose fantasie gastronomiche. Non potendo chiedergli gli ingredienti di ciascun piatto che hai letto sul menu, e di cui ignori completamente la compozione, ti limiti a fare qualche domanda su alcune portate specifiche. Di solito la risposta ti confonde le idee più che chiarirtele (sia che usi l’inglese che l’italiano il cameriere ti risponde o in inglese – lingua che tu non conosci anche se l’hai usata poco prima – o in greco), allora ordini a caso un paio di portate a testa seguendo nell’ordine il criterio di scelta basato sul prezzo, la lunghezza in caratteri della portata oppure aleatoriamente la simpatia ispirata dal nome del piatto (è così che ho scoperto gli ottimi Soufkaki e Gavros). Intanto il gatto ha terminato il suo gamberone, qualcuno ha dovuto togliere la crosta esterna del crostaceo perché altrimenti il simpaticone l’avrebbe lì abbandonato, non è bello constatare che i 15 € che pagherai nel conto siano lì abbandonati per terra. Intorno al 50° minuto iniziamo le allucinazioni competitive da fame, il pane l’hai quasi finito, anche il beveraggio, che nel frattempo ti hanno portato, volge al termine. Se si tratta di alcolici, avendoli trincati digiuno, ti appare all’orizzonte la figura mistica di Ugo Conti che ti prende per il culo sulla bontà dei Saltinpadella Findus, che prima detestavi considerandoli costosi nel prezzo e disgustosi nel sapore. Abbiamo superato l’ora, se era pranzo ormai è pomeriggio inoltrato, mentre se era una cena rifletti sul fatto che di solito a quell’ora fai al limite la spaghettata di mezzanotte con aglio, olio e peperoncino. Sai che se hai ordinato la pasta, il vero alimento che ti sazierebbe, sarai schifato se te la porteranno (anche la pasta Voiello se la cuoci 15 minuti oltre il tempo consigliato tende a scuocersi, e sai che fuori dai patri confini sarebbe scotta), se invece saggiamente non l’avrai ordinata vedrai le tipiche sedie azzurre greche di paglia intorno ai tavoli azzurri anch’essi prendere la forma di confezioni da 500 grammi di pasta Barilla. Dopo un’ora e 10 ormai ti senti forte, attendi con filosofia il tuo destino di mangiatore di pietanze ignote, ma lo fai con dignità e distacco dal destino che di lì a poco si compierà, ai danni soprattutto del tuo stomaco. Vedi un tipo riconoscibile come il cameriere di prima che esce dalla cucina, devia dalla parte opposta alla tua per saggiare il tuo equilibrio psichico reso precario dalla fame, a quel punto ti sbuca dalle spalle, ti dice qualcosa, tu annuisci a prescindere, per non mancargli di rispetto, mentre questi inizia a posizionare sul tavolo portate profumatissime su cui non puoi non rallegrarti dell’abbondanza di salsine e spezie. Ti porta anche un numero di piatti fondi (almeno 2 per ciascuna portata che un’ora prima hai ordinato), che posiziona sul tavolo: ciò ti fa sospettare che il cameriere voglia far sedere al tuo tavolo tutti i suoi 5 cugini con le rispettive famiglie al seguito alimentandoli a tue spese. Il tavolo è completamente coperto di piatti, c’è un casino imbarazzante che dà fastidio anche a te che non noti mai niente di fuori posto, neanche casa tua dopo che sono entrati i ladri. Ancora il piatto non è stato messo sul tavolo dal camerire che già cominci a mangiare con le mani, avendo dimenticato dove tempo prima avevi posizionato le posate. Insidi i record di apnea di Pellizzari e, senza respirare per più di 6 minuti, inizi a mangiare tutto quello che ti capita a tiro, che fortunatamente peraltro è pure sempre di buona fattura. Non ti cibi del tovagliolino di carta, ormai appallottolato e inservibile, solo per rispetto del tuo commensale, nel mio caso una fidanzata che tende a non apprezzare questi gesti spettacolari, e infatti reprimi con garbo gentilizio l’incipiente rutto di tipo vulcanico che serbi in seno. Sono passati 90 minuti e sei finalmente un uomo libero che ha soddisfatto le sue esigenze primarie di alimentazione; guardi in giro verso gli altri tavoli dove ci sono clienti che ancora devono mangiare, ma non mostri però alcuna solidarietà nei loro confronti. Anzi, prendi uno stuzzicadenti e ti tampini senza motivo denti e gengive. Il gatto rompiballe di prima è circondato da altri suoi simili, si strusciano sulle gambe del tuo tavolo cercando di farti sentire in colpa, allora, senza farti vedere dalla fidanzata che ama questi ruffiani a quattro zampe, carichi un destro del tutto similare al calcio di trasformazione del rugby. Ma il gatto greco, che è un animale intelligente anche se stronzo, capisce tutto e se ne va. A pancia piena si può pensare a dolce, caffè e ammazzacaffè. Risfogli la lista gelosamente conservata, che ormai conosci a memoria, e ordini qualcos’altro. Sei anche disturbato dal fatto che un complicato quanto invisibile congegno informatico wireless faccia apparire immediatamente il cameriere senza averne minimamente richiesto la presenza. Ordini, sempre a caso, altre cose: una è sicuramente il caffè greco (che se bevi appena te lo portano ti perfora l’esofago con le ustioni senza menzionare che ti mangeresti anche la mefistofelica sabbietta), un pastrocchio dolcissimo a base di miele, mandorle e pinoli che ti lascia in bocca il gusto del dentrificio al bubble gum che ti facevano usare quand’eri piccolo – e già detestavi, infine un salutare liquorino locale: ouzo, raki o psouros sono sempre ben sopra i 40° alcolometrici e bevendoti il tuo (all’alpina!) e parte di quello della fidanzata (che ha abbandonato schifata dopo averne sentito l’odore) ti senti leggero. Prima o poi ti porteranno il conto, senza neanche vedere la cifra finale (leggere le voci dello scontrino sarebbe uno sforzo troppo frustante), tu pagherai tutto a prescindere, e il fatto di essere leggermente ebbro ti farà anche lasciare almeno un paio di euro di mancia. Facciamo i brillanti, alla fine per mangiare al ristorante ho impiegato solo due ore! Sarà per questo che hanno vinto gli ultimi Campionati Europei di Calcio?